Liturgia della Domenica 23 Marzo - Il commento di Don Claudio

Gesu ramoProsegue il cammino quaresimale. Dopo le tentazioni a Gesù nel deserto e dopo la trasfigurazione, nei tre diversi cicli domenicali che la liturgia ci propone, in questo anno C, le tre domeniche che seguono, sottolineano in maniera del tutto particolare l’invito alla conversione e la misericordia di Dio che si manifesta, spesso contro il nostro comune modo di pensare il perdono e la pazienza.

Due fatti di cronaca, non molto dissimili da quelli che sentiamo raccontati da televisione, radio e giornali dei nostri giorni. Uno procurato dagli uomini, il dominatore romano che non si risparmia nei confronti del popolo occupato e l’altro dovuto ad un incidente di percorso, una torre che crolla su diciotto persone che vi si trovavano sotto. Di fronte all’ultima parola della morte qualcuno, ieri come oggi, può essere tentato di chiedersi il perché... qual era la loro colpa? 

Quante volte anche oggi ci capita di sentire espressioni... “perché proprio a me, che male ho fatto?” ... mettendo in relazione quella che può essere una malattia, un incidente, un imprevisto che ci segna la vita... con l’intervento di Dio che fa’ si che succeda questa o quella cosa. E dimentichiamo che Dio lotta con noi contro il male. Dimenticando che la nostra natura fragile, finita e limitata può incorrere nella malattia, nell’imprevisto, nell’incidente. Questi due fatti... tutti i fatti che sentiamo narrare, diventano occasione però per un forte invito alla conversione. E potremmo chiederci che cosa significa convertirsi? Significa tornare a Dio. Significa mettere al primo posto l’amore per Dio. 

A supporto di quanto fin qui detto può aiutarci la parabola che chiude la pagina evangelica di oggi. Quel fico piantato che però non produce frutti. Il padrone che viene a cercarvi frutti e non li trova. Alla lunga chi non perderebbe la pazienza? E il padrone interpella il contadino e chiede che sia tagliato. Dio ci interpella continuamente sul nostro operato. Dio ci chiede conto del nostro portar frutto o meno. La figura del vignaiolo ci richiama a Gesù. Lui chiede al Padre di pazientare, chiede tempo per poterlo ancora zappare e concimare. Quel fico è l’immagine del popolo di Israele ma può essere l’immagine - oggi - della Chiesa. È l’immagine di ciascuno di noi che con il Battesimo è stato inserito nella vigna del Signore, è stato poi curato e aiutato a crescere ma forse con il tempo non ha più portato frutto. Ecco allora che la Quaresima diventa il tempo nel quale lavorare su questa pianta... che siamo ciascuno di noi. 

Questo è il tempo nel quale ritornare a Dio, nel quale fermarci per esaminarci, per vedere se stiamo camminando secondo quanto ci chiede il Signore Gesù o se, distratti da mille cose, non sappiamo più dare il giusto peso alle cose, alle situazioni, a ciò che, in quanto cristiani, siamo chiamati a testimoniare. 

Quell’invito alla conversione risuonato all’inizio della Quaresima e ripropostoci anche oggi non manchi di segnare i giorni di questa preparazione alla Pasqua, solo così sarà Pasqua autentica.