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Liturgia della Domenica 16 Febbraio - Il commento di Don Claudio
La liturgia della Parola di oggi, ci invita a chiederci se quanto afferma l’Apostolo Paolo nella sua lettera ai Corinzi veramente è parte viva della nostra fede. Del resto, ogni domenica, dopo l’ascolto della Parola siamo invitati a rinnovare la nostra fede e a ridire i punti fondanti del nostro essere cristiani. Uno di questi punti è il credere nella risurrezione. Impastati di vita, di questa vita, come siamo... forse possiamo incorrere nel pericolo di dire si “aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà” ... ma poi concretamente facciamo fatica a crederci, a vivere con questa tensione positiva verso le realtà ultime. “Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede!” E Paolo sembra voler rincarare la dose: “Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.” Quanto è fondamentale per la nostra vita di cristiani non restare in superficie ma andare in profondità in ciò che siamo chiamati a vivere e a credere. Qui si fonda la nostra fede. Credere che Gesù è risorto per noi, primizia di coloro che sono morti, ci fa vivere con una disponibilità che va oltre questa vita terrena.
Il Vangelo di Luca ci ha fatto ascoltare la pagina delle Beatitudini che, a differenza di Matteo - dove sono otto - vengono ridotte a quattro con l’innesto di quattro “guai”.
L’espressione beati nel nostro comune modo di parlare la riconduciamo a chi si ritrova a vivere qualcosa di bello... Gesù nel dire beati va ad abbracciare categorie di persone che hanno ben poco per ritenersi beati... i poveri, gli affamati, chi piange e chi è odiato! Questo non è ciò che lui auspica: la povertà o la fame. Quel “beati” sta a dirci che Dio ha un debole per i deboli, si prende cura di loro, fa avanzare la storia non con la forza, la ricchezza, la sazietà, ma attraverso sentieri di giustizia e condivisione, attraverso raccolti di pace e lacrime asciugate.
E ci saremmo aspettati: beati perché ci sarà un capovol-gimento, un’alternanza, perché i poveri diventeranno ricchi. No! Il progetto di Dio è più profondo e più delicato. Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno, qui e adesso, perché avete più spazio per Dio, perché avete il cuore libero, al di là delle cose, affamato di un oltre, perché c’è più futuro in voi.
I poveri sono il grembo dove è in gestazione il Regno di Dio. Beati i poveri, che di nulla sono proprietari se non del cuore, che non avendo cose da donare hanno sé stessi da dare, che sono al tempo stesso mano protesa che chiede, e mano tesa che dona, che tutto ricevono e tutto donano. Del resto, si possiede soltanto quello che si dona, quello che si trattiene per sé troppo spesso non lo si possiede ma ci possiede.
Sorprende forse il “guai”. Ma Dio non maledice, Dio è incapace di augurare il male o di desiderarlo. Si tratta non di una minaccia, ma di un avvertimento: se ti riempi di cose, se sazi tutti gli appetiti, se cerchi applausi e il consenso, non sarai mai felice. I guai sono un lamento, anzi il compianto di Gesù su quelli che confondono superfluo ed essenziale, che sono pieni di sé, che si aggrappano alle cose, e non sanno dare spazio all’eterno e all’infinito. Le beatitudini sono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno, il Padre si fa carico della sua felicità. Viviamo il tempo che il Signore ci dona con la preoccupazione di arricchire il cuore più che arricchirci di cose che ci rendono schiavi e che di certo non porteremo con noi nella vita che verrà.